Cafè Society per me è un Ni

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Sabato scorso ho inaugurato il primo cinema di stagione – accompagnato dalla puntuale pioggia di Ottobre e da un leggero mal di gola – con Cafè Society di Woody Allen. Vi avevo dato qualche commento a caldo su Snapchat ma poi ho pensato che un film di Woody meritasse qualche considerazione più articolata. Uno perché amo Woody Allen. Due perché è un film (quasi) perfetto. E le opere imperfette un po’ mi fanno arrabbiare, un po’ mi seducono con quella bellezza irregolare e sghemba, quella sinfonia di assenze, di cose che potevano essere e invece no.

La trama in breve. Siamo nella sfavillante Hollywood degli anni ’30. Il giovane Bobby, aspirante scrittore, lascia New York e la sua famiglia che tanto somiglia alle buffe e nevrotiche famiglie ebraiche dei film giovanili di Woody, per trasferirsi ad Hollywood approfittando dell’aggancio con lo sconosciuto zio Phil, ricco agente dei più grandi divi cinematografici  di tutti i tempi. Un po’ a forza si inserisce nel mondo esclusivo e luccicante dello zio accettando di fargli da corriere e si innamora della sua giovane e bella segretaria.

Ci sono tanti buoni motivi per cui dovreste vedere questo film. La bellissima fotografia del premio Oscar Vittorio Storaro, con i suoi toni vivaci e forti per Los Angeles che si fanno caldi e nostalgici per New York e ancora intimisti per gli interni (stupenda la scena a casa di Bobby con la sola luce delle candele che scalda i volti dei due amanti); e poi le scenografie e le ambientazioni perfettamente ricostruite della Hollywood dei tempi d’oro, il jazz come perfetta colonna sonora di quegli anni, la moda e qui c’è tanta moda, un tuffo nello stile degli anni ’30 grazie alle scelte della costumista Suzy Benzinger, tra sete, piume, gioielli e gli splendidi abiti di Kristen Stewart che sono stati realizzati su misura e in tempi record da Chanel. E ancora il ritmo, rapido incalzante e scandito spesso da dialoghi brillanti e battute caustiche che ricordano il cinema migliore di Allen. E infine la grazia estetica, la leggerezza, e il finale che lascia la storia sospesa, così a mezz’aria.

C’è tanto del vecchio Woody e gliene siamo grati. Noi nostalgici del suo periodo più ispirato e di piccoli gioielli come Manhattan, che per me è davvero la summa di Allen. C’è qui una commedia nostalgica, sospesa nel tempo, evocativa di un mondo immaginato che poi è la Manhattan interiorizzata e sognata che Woody ha sempre celebrato.

Tutto perfetto, un prodotto lustrato e smerigliato, con dettagli infallibili e musica meravigliosa. Per certi versi un modello estetico/narrativo che funziona e ha funzionato anche in alcune delle ultime opere di Allen come Midnight in Paris.

Eppure in questa scintillante perfezione manca qualcosa. La storia mi è parsa troppo debole, il filo conduttore troppo sfibrato, l’ispirazione sottotono, quasi insapore.

Ed è un gran peccato. Perché se guardiamo agli ultimi poco convincenti film di Woody questo è un prodotto decisamente migliore. Ma c’è qualcosa di irrisolto. E il fatto che il film abbia beneficiato dei lauti fondi di Amazon costituisce purtroppo la riprova che non sono i finanziamenti a fare un grande film. Talvolta nemmeno un grandissimo regista.

Se a mancare è un’emozione, un guizzo, qualcosa di forte.

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6

(e qui c’è Woody in Annie Hall ❤)

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